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Abstact Content Abstract 2 Introduction 5 First Part: Il commercio internazionale I benefici del commercio internazionale 6 I Costi del Protezionismo commerciale 7 La scelta della politica commerciale 8 I risultati delle liberalizzazione nella storia 10 Second Part : La regolamentazione del Commercio Internazionale La nascita del Gatt 14 I round del Gatt 16 Third Part : The WTO, What is it & How does it Function! La Creazione del WTO 18 • Fram the Gatt to the Wto • Characteristic • Accordi I Membri del Wto 22 • Implicazioni e Conseguenze • I Paesi del 3° mondo The Organization of the WTO 23 • I Comitati • Grafico • Il Segretariato Il Sistema delle Decisioni 23 • Consenso, Voti • I casi dell’ U.E. e degli S.U. Il Sistema delle Dispute Internazionali 23 • Il Sistema Perfetto • Qualche sospetto sul Sistema • Il caso delle banane • Il caso Helms-Burton Fourth Part : Le regole del Commercio Internazionale Le Tariffe 25 La proprietà intellettuale 26 Le barriere tecniche al commercio 26 Fifth Part : Alcuni casi su cui riflettere: L’Ambiente 25 La Sanità 26 • La questione sull’ agricoltura. • L’ agricoltura e le sementa. Sixth Part : No Global Against the WTO 28 Conclusion 30 Note 31 Bibliography 32 First Part : Il commercio internazionale Il Commercio Internazionale. La storia dell’uomo è fin dall’antichità una storia di commerci. I popoli antichi commerciavano tra di loro, addirittura all’epoca assiro – babilonese e contemporaneamente alla scoperta della scrittura troviamo tracce di commerci. Se l’uomo ha sempre commerciato lo ha fatto sia per necessità di procurarsi beni che non produceva “in loco”, sia per necessità di guadagno, e spesso furono ragioni commerciali ad influenzare il comportamento politico dei paesi europei (ad esempio nel XVI e XVII secolo). Solamente nel XIX l’economista David Ricardo comincia a teorizzare le ragioni del commercio internazionale. Commerciare beni significa per uno stato necessariamente e semplicisticamente produrre un bene oppure importarlo. Come ogni scelta compiuta da uno stato, ciò da origine ad una politica e la necessità di scegliere tra diverse opzioni in materia commerciale da luogo alla politica commerciale. Possiamo avere una politica liberale, che tende a favorire gli scambi, oppure protezionistica, che invece tende a bloccare i commerci, oppure un insieme delle due possibilità. Occorre notare che la politica commerciale non agisce in totale isolamento rispetto alle altre politiche economiche, delle quali è soltanto uno strumento a disposizione. Gli effetti di una politica commerciale possono essere acuiti o alleviati da altre scelte di politica economica. I Benefici del commercio internazionale. Generalmente i benefici che comporta un commercio internazionale sono il raggiungimento di un tenore di vita superiore e ciò avviene in rapporto al grado di produzione di un certo prodotto che uno stato ha raggiunto. Ad esempio, nel commercio tra due paesi come la Italia e la Francia può darsi che la Francia sia più produttiva nel grano e meno nel vestiario, mentre l’Italia sia più produttiva nel vestiario e meno nel grano. In questo caso il vantaggio che deriva dall’aprirsi al commercio internazionale è evidente, dato che ogni paese scambia il prodotto nella cui produzione è più efficiente per quello in cui lo è meno. Attraverso un reciproco commercio i due Paesi ottimizzano le loro produzioni e riescono a consumare di più rispetto ad una situazione di autarchia . David Ricardo nelle sue teorie del vantaggio comparato, spiega come, nel nostro esempio, la Francia abbia un vantaggio rispetto all’Italia nella produzione del grano e se la Francia decide di esportare un bene verso l’Italia allora questo bene sarà il grano, mentre importerà vestiti. Ciò sarà più vantaggioso per la Francia in quanto pagherà meno il vestito importato e avrà una maggior produzione di grano e quindi maggiori guadagni. Il mondo reale è molto più complicato e dovremmo aggiungere molte altre variabili tra cui i redditi, il capitale finanziario ma comunque il principi del vantaggio comparato rimane un importante esempio dal quale si possono trarre importanti indicazioni su alcune caratteristiche del commercio internazionale. • La prima caratteristica è che tutti i paesi, grandi o piccoli, hanno un vantaggio comparato in un qualche specifico bene e dunque hanno interesse a scambi commerciali. • La seconda indicazione è che se dal commercio internazionale un Paese ci guadagna, all’interno ci saranno dei costi importanti da pagare per raggiungere quel risultato. I Costi del Protezionismo Commerciale Un Paese che voglia proteggere la propria produzione nazionale può far riferimento ad una panoplia di strumenti, divisibili in barriere tariffarie e non tariffarie. L’introduzione di queste barriere altera il corso degli scambi commerciali. Nell’esempio precedente se la Francia volesse tutelare i propri prodotti tessili (meno efficienti) potrebbe applicare una tariffa (o dazio) sulle importazioni italiane. L’applicazione di questa tariffa comporta 3 conseguenze che sono l’opposto dei benefici derivanti dalla teoria del vantaggio comparato: • Aumenta il prezzo che i consumatori devono pagare per procurarsi i vestiti e dunque diminuisce il loro benessere. • Diminuisce il potere di acquisto dei consumatori. • I produttori nazionali diventano più competitivi perché possono vendere il prodotto ad un prezzo superiore ma ciò comporta che si favoriscono le imprese meno efficienti e quindi si riduce le possibilità produttive del Paese. Introducendo una tariffa quindi, lo Stato si infligge una perdita, che potrebbe essere alleviata dal fatto che lo stato mitiga la perdita dalla riscossione dei dazi ma ricerche economiche hanno dimostrato che ciò non avviene se non nei grandi Stati. Infine un altro strumento protezionistico è rappresentato dalle “quote”. Le quote aumentano indirettamente il prezzo dei beni importati attraverso una limitazione della quantità dei prodotti importati. Esiste però una differenza tra le quote e le tariffe poiché con le quote il governo non riceve alcun introito fiscale in quanto la tariffa rimane la stessa, per cui l’aumento di prezzo viene incamerato da quelle imprese che ottengono il diritto di importare entro i limiti previsti dalla quota. La scelta della politica commerciale La teoria economica dimostra univocamente che il commercio è preferibile al protezionismo ma nonostante ciò le politiche protezionistiche sono, a secondo dei settori, perseguite da tutti i Paesi. La ragione di questa scelta sta nel fatto che anche la scelta del liberalismo comporta dei costi sociali e politici, nel breve termine. Tali conseguenze le possiamo ben vedere se ad esempio analizziamo la politica agricola chiaramente protezionistica. Verso il mercato agricolo la politica economica si basa su un’insieme di elevati dazi doganali nell’importazione di merci agricole straniere e di supporto economico alla produzione agricola europea. Economicamente questa politica produce effetti chiaramente negativi tra cui far pagare ai consumatori europei di più per gli stessi prodotti. Liberalizzarla dovrebbe comportare un maggior sostegno popolare ma ciò non viene fatto perché di base la politica agricola non risponde a finalità puramente commerciali: • Questa politica offre la possibilità a molti agricoltori di continuare a lavorare la terra. • Evitare lo spopolamento delle campagne. • Il mantenimento delle tradizioni delle campagne. • Con la liberalizzazione molti agricoltori perderebbero il loro lavoro. • Gli agricoltori europei hanno un grande peso politico; qualunque partito che voglia adottare misure liberalistiche in campo agricolo sa che non avrebbe un grande sostegno dagli agricoltori. • E’ molto più facile far pagare qualcosa di più a tutti che molto di più ad una cerchia ben definita di persone. Una scelta politica liberalistica è una scelta sempre molto difficile da compiere perché comporta degli importanti costi nel breve periodo per una cerchia ristretta di categorie produttive protette. Nei Paesi dove si vuole applicare riforme liberalistiche i governi si possono comportare in due modi : 1. In molti Paesi nel complesso si tende a compensare i sacrifici che derivano da una politica protezionistica nazionale con i benefici che derivano dalla liberalizzazione di altri mercati, allo scopo di ottenere nel paese una maggioranza a favore delle misure di liberalizzazione. La liberalizzazione commerciale raramente è unilaterale in tutti i settori e ciò comporta dei negoziati più complessi e di maggior durata dove un ruolo importante è rappresentato dal WTO. 2. L‘altra possibilità è quella di compensare le categorie che risultano penalizzate nel processo di liberalizzazione con adeguate politiche fiscali e/o sociali. I risultati della liberalizzazione. Dalla nascita del Gatt (General Agreement on Tariffs and Trade) nel 1948 ad oggi, il mondo nel suo insieme ha perseguito una politica volta a facilitare e a liberalizzare gli scambi internazionali. Come si vede dal grafico , in Cinquanta anni il mondo ha aumentato la propria ricchezza complessiva di circa 6 volte e il volume delle esportazioni merci di quasi 20 volte, con un incremento del commercio negli ultimi dieci anni maggiore della crescita del prodotto interno lordo (PIL). E’ difficile stabilire se la crescita del benessere collettivo sia stata determinata solo da una politica economica di liberalizzazione e non da altre politiche, ma specifiche indagini dimostrano come i paesi che hanno liberalizzato la loro economia hanno beneficiato nel complesso di una crescita maggiore rispetto ai paesi con una condotta protezionistica. Riferendoci al secondo grafico possiamo analizzare quali Paesi effettivamente hanno realmente beneficiato della politica liberalistica: Da questo grafico si deduce che i Paesi sviluppati da soli rappresentano il 50% del commercio mondiale. E’ chiaro che la liberalizzazione di questi ultimi 50 anni ha favorito sostanzialmente i paesi sviluppati. La domanda che sorge dalla lettura di questi grafici è se i vantaggi ottenuti dai paesi sviluppati dalla liberalizzazione dei commerci siano stati ottenuti a scapito dei paesi in via di sviluppo. Bisogna prima evidenziare due aspetti importanti: nel corso degli anni (primo) è aumentata la ricchezza globale del pianeta e dunque i paesi sviluppati oggi detengono una grande fetta di una torta che nel tempo si è ingrandita. Inoltre alcuni paesi in via di sviluppo sono riusciti ad approfittare di questo processo e ad inserirsi in maniera stabile nelle correnti commerciali internazionali. Al contrario (secondo) esistono anche diversi paesi che non hanno saputo approfittare di questa liberalizzazione e del processo di globalizzazione e oltre a perdere posizioni sul mercato hanno perso potere e benessere. La gran parte del continente africano ne è testimone. Quindi la risposta alla domanda precedente è che la liberalizzazione o globalizzazione dei mercati non è avvenuta necessariamente a spese dei paesi in via di sviluppo. Secondo degli studi della Banca Mondiale nell’ultima storia ci sono state due fasi che riguardano la liberalizzazione dei mercati. La prima fase, che dura fino alla fine degli anni Settanta, porta i suoi benefici solamente ai paesi occidentali, incluso il Giappone. Sono gli anni del boom economico (almeno per l’Italia), dell’ eliminazione delle barriere doganali e dello shock petrolifero che porterà ad una flessione dei commerci internazionali. La seconda fase ha inizio negli anni Ottanta e vede un abbandono da parte dei paesi in via di sviluppo delle barriere protezionistiche a favore di una politica liberalistica. I paesi che attuano questa trasformazione e ne traggono vantaggi sono: la Cina, il Vietnam, l’ India, Singapore, Taiwan, Hong Kong e Corea del Sud, Messico, Turchia, Malesia, Indonesia, Marocco e Tailandia. Questi paesi hanno ridotto le proprie tariffe di 34 punti (il triplo degli altri paesi in via di sviluppo). Questa politica è stata accompagnata da altre riforme come investimenti stranieri, un’ incremento della scolarizzazione di base. Attraverso tutte queste riforme numerosi paesi in via di sviluppo hanno potuto crescere un’importante vantaggio rispetto alle economie occidentali: una manodopera qualificata a costi inferiori rispetto ai paesi occidentali. E’ un vantaggio molto discusso e criticato nei paesi occidentali sia per le conseguenze e tensioni sociali che provoca nei paesi in via di sviluppo, sia per la concorrenza verso i paesi sviluppati. I vantaggi che questa politica liberalistica ha portato nei paesi in via di sviluppo rispetto ai paesi sviluppati riguarda una manodopera qualificata e a basso costo, tecnologie inferiori e quindi meno costi e bassa protezione sindacale. Questa politica porta quindi dei vantaggi per i paesi che la perseguono, ma anche dei costi per gli stessi settori meno competitivi dei paesi sviluppati. C’è da prestare però attenzione a chi davvero ne trae vantaggio. Non bisogna credere che il Congo (ad esempio) aprendo una multinazionale e sfruttando la manodopera a basso costo, ne ricava notevoli vantaggi. Chi ne trae vantaggi sono solo le aziende stesse che sfruttano il paese in questione e le persone che lavorano nell’ azienda. Sicuramente per le condizioni di vita della popolazione il loro reddito non è elevato ma è sufficiente per vivere, ma rispetto ai vantaggi che ne trarrà poi l’azienda rivendendo i prodotti c’è un divario troppo grande e uno sfruttamento. Un aspetto che bisogna sottolineare è che la mancanza di prospettive di sviluppo a medio termine provoca nella popolazione dei paesi in via di sviluppo, una forte pressione migratoria verso i paesi a redito più elevato. Bisogna quindi evidenziare come siano non solo le politiche commerciali internazionali ma anche le riforme interne di un Paese, a determinarne lo sviluppo. Second Part: La regolamentazione del Commercio Internazionale La nascita del GATT Il Gatt fu fondato nel 1948, al fine di favorire il regolare svolgimento del commercio e di creare un apparato istituzionale che impedisse il ripetersi di tragici errori economici degli anni Venti e Trenta, che portarono allo scoppio della seconda guerra mondiale. Gli effetti della crisi economica degli anni Venti, che vide il suo culmine nel crollo della borsa di New York del 1929, furono susseguiti da danneggianti politiche economiche protezionistiche da parte di quasi tutti i paesi. Ciò provocò un crollo del 63% dei commerci internazionali nell’arco di pochissimi anni. Roosevelt per primo, accortosi degli errori commessi, stipulò trattati (Reciprocal Trade Agreement Act) che portarono alla riduzione del 50% delle tariffe doganali americane in cambio di reciproche concessioni. Gli Stati Uniti e il Regno Unito furono successivamente i promotori del congresso di Bretton Woods, con finalità finanziare più che commerciali e attraverso il quale vennero creati: il Fondo Monetario Internazionale e la Banca Mondiale. Nel marzo del 1948 venne fatta una conferenza internazionale, alla quale parteciparono i rappresentanti di 50 paesi e venne istituito l’ITO (International Trade Organization), il quale non verrà però mai ratificato. Fin dall’inizio dei negoziati per la costituzione dell’ITO, 23 dei 50 paesi partecipanti, decisero di procedere a negoziati paralleli per stabilire una riduzione multilaterale reciproca dei dazi doganali. Questi negoziati si conclusero a Ginevra nel 1947 portando alla definizione di 45.000 concessioni doganali e alla definizione di alcune regole applicabili al commercio dei beni agricoli ed industriali, le quali formarono il Gatt (1948). Il Gatt era dunque un semplice trattato multilaterale, privo di una struttura organizzativa e destinato ad estinguersi all’entrata in vigore dell’ ITO. Successivamente il trattato istitutivo dell’ ITO fu sottoposto alla formale approvazione del “Congresso Americano”. Il governo non fu però in grado di raccogliere la maggioranza sufficiente per l’ approvazione impedendo cosi la partecipazione americana a tale organizzazione. Con la mancanza della maggior potenza economica mondiale nell’ITO, gli altri paesi sentirono meno la necessità di creare questo trattato che fu abbandonato dopo poco. I “Round” del Gatt Non essendo una organizzazione internazionale vera e propria dotata di organi decisionali e di una struttura organizzativa, le decisioni dovevano essere prese attraverso negoziati diretti tra i suoi stessi membri. I più importanti negoziati presero il nome di “Round” o del luogo dove venivano effettuati o della personalità politica che ne sosteneva l’effettuazione. Questi Round vennero dedicati all’eliminazione di ostacoli al commercio come riduzioni tariffarie ma anche delle cosiddette Ntb (Non tariff Barriers), come normative e modalità di controllo di un bene in un paese. Il negoziato di nuove regole in un’organizzazione che funziona sulla base del consenso di tutti i membri, non fu facile e infatti la soluzione che alla fine si impose fu quella della definizione di codici (riguardanti le modalità di valutazione delle merci e le definizioni in maniera standard per i prodotti industriali) ai quali i vari membri potevano aderire o non aderire.